Faust dormiente, reduce dalle dolorose avventure di Margherita. Ritemprato dal lungo sonno, carico di energia e curiosità, viene condotto da Mefistofele a scoprire il “grande mondo”. Essi si recano così alla corte di un frivolo sovrano tedesco (scena del Palazzo Imperiale), il quale chiede a Mefistofele di prendere il posto di buffone presso una corte «in cui si cerca di sfuggir gli affanni e scordarsi che il mondo ha dei malanni». Il regno, infatti, è percorso da una grave crisi e la festa in maschera in cui i due protagonisti si sono imbattuti viene rovinata dalle preoccupazioni dell’imperatore. Il tesoriere incalza e sottolinea che «de l’or sprangate sono ora le soglie, ognuno gratta, ognuno raspa, raccoglie, ma tutte vuote son le casse giù». Da mangiare non manca, i beni in natura continuano copiosi, ma i forzieri del regno si sono svuotati.

Il parallelo con la situazione italiana contemporanea, in cui un risparmio privato ancora consistente viene minacciato dal debito pubblico, è lampante: «certo, ai cuochi laggiù non manca niente: anatre, lepri ed oche, galline, cervi, cinghiali, daini, tacchine; gli emolumenti concessi in natura sono sempre una rendita sicura». Ma «se in altri tempi giù nelle cantine s’allineavano botti senza fine col vin dei luoghi e degli anni migliori, pian piano l’ha asciugato netto netto lo sbevazzar dei nobili signori. Il Municipio aprir deve il suo spaccio, al boccale e al bicchier s’allunga il braccio».

Davanti ai lamenti dell’imperatore e dei suoi funzionari, Mefistofele-buffone ha pronta la soluzione: «valor non ha ciò che non hai contato, peso non ha ciò che non hai pensato, e valore veruno non darai che all’oro che tu stesso conierai.» Mefistofele suggerisce dunque di cercare l’oro nelle vene dei monti, dando così esordio alla moneta cartacea rappresentativa del credito convertibile in oro.