Il tasso di occupazione, la produttività e la competitività non dipendono solo dai rapporti fra capitale e lavoro, come sembra suggerire l’attuale enfasi sulle relazioni industriali, ma anche da alcune fondamentali condizioni esterne all’impresa: il costo dell’energia, il costo del credito, i tempi di pagamento della Pubblica amministrazione, il costo degli adempimenti burocratico-fiscali, l’efficienza della giustizia civile. E’ ingenuo pensare che l’operaio tedesco, che guadagna di più di quello italiano, sia più produttivo essenzialmente perché più stakanovista o meglio attrezzato dal suo datore di lavoro. Il valore aggiunto di un’impresa è la differenza fra il valore della sua produzione e i suoi costi, e lo svantaggio dell’Italia su questi ultimi è abissale. Fatti 100 i costi unitari dei Paesi a noi più comparabili (Germania, Francia, Regno Unito, Spagna), i costi dell’Italia sono circa 120 per la benzina, 170 per il gasolio, 250 per l’energia elettrica, 300 per i tempi di pagamento della Pubblica amministrazione, 400 per il rispetto dei contratti (senza contare gli ulteriori aggravi prodotti dalle recenti manovre «salva Italia»).

Bellissimo articolo di Luca Ricolfi, E  ora difendiamo chi produce - LASTAMPA.it

Sound economics (via Correlation or Causation? - Businessweek) HT: Giacomo Luchetta

Faust dormiente, reduce dalle dolorose avventure di Margherita. Ritemprato dal lungo sonno, carico di energia e curiosità, viene condotto da Mefistofele a scoprire il “grande mondo”. Essi si recano così alla corte di un frivolo sovrano tedesco (scena del Palazzo Imperiale), il quale chiede a Mefistofele di prendere il posto di buffone presso una corte «in cui si cerca di sfuggir gli affanni e scordarsi che il mondo ha dei malanni». Il regno, infatti, è percorso da una grave crisi e la festa in maschera in cui i due protagonisti si sono imbattuti viene rovinata dalle preoccupazioni dell’imperatore. Il tesoriere incalza e sottolinea che «de l’or sprangate sono ora le soglie, ognuno gratta, ognuno raspa, raccoglie, ma tutte vuote son le casse giù». Da mangiare non manca, i beni in natura continuano copiosi, ma i forzieri del regno si sono svuotati.

Il parallelo con la situazione italiana contemporanea, in cui un risparmio privato ancora consistente viene minacciato dal debito pubblico, è lampante: «certo, ai cuochi laggiù non manca niente: anatre, lepri ed oche, galline, cervi, cinghiali, daini, tacchine; gli emolumenti concessi in natura sono sempre una rendita sicura». Ma «se in altri tempi giù nelle cantine s’allineavano botti senza fine col vin dei luoghi e degli anni migliori, pian piano l’ha asciugato netto netto lo sbevazzar dei nobili signori. Il Municipio aprir deve il suo spaccio, al boccale e al bicchier s’allunga il braccio».

Davanti ai lamenti dell’imperatore e dei suoi funzionari, Mefistofele-buffone ha pronta la soluzione: «valor non ha ciò che non hai contato, peso non ha ciò che non hai pensato, e valore veruno non darai che all’oro che tu stesso conierai.» Mefistofele suggerisce dunque di cercare l’oro nelle vene dei monti, dando così esordio alla moneta cartacea rappresentativa del credito convertibile in oro.

Until UNICEF’s campaign against inter-country adoption is stopped, I won’t be buying their greeting cards, and I urge everyone who is concerned about the world’s orphans not to buy them either. And, as delightful as the cards may look on my mantle, when I receive a UNICEF card I will not keep it in my house. In fact, I’ll take it as an opportunity to educate the sender about how UNICEF has chosen to turn its back on parentless children again this holiday season.

23-year-old Jessica Sporty was deep in debt. Sporty found it difficult to live on her $45,000 annual salary after spending nearly $1,500 a month in rent, paying her credit card bill, and buying food. So she signed up for Match.com and was quickly going on five dates a week. Sporty even created a spreadsheet with detailed information on each of her dates, limiting each guy to a maximum of five. Sporty was taken to high-end New York restaurants, and one of her dates even bought her a $200 bottle of champagne.

Appena Peppone lesse sulle cantonate il manifesto nel quale si diceva che un tizio di città avrebbe tenuto in piazza un comizio per invito della sezione del partito liberale, fece un salto.
“Qui, nella roccaforte rossa, si dovrà permettere una provocazione simile?” urlò. “La vedremo chi comanda qui!”
Poi convocò lo stato maggiore, e l’inaudito fatto venne studiato e analizzato. La proposta di incendiare immediatamente la sede del partito liberale fu scartata. Quella di vietare il comizio cadde pure.
“Ecco l’insidia della democrazia!” concluse Peppone. “Che il primo mascalzone può permettersi il lusso di parlare in una pubblica piazza!”
Deciserò di rimanere nell’ordine e nella legalità: mobilitazione generale di tutte le forze, organizza-zione di squadre di sorveglianza per evitare agguati: occupare i punti strategici, presidiare la sede.
Staffette pronte per chiamare rinforzi dalle frazioni vicine.
“II fatto che tengano un pubblico comizio qui, sta a dimostrare che si sentono sicuri di sopraffarci” disse. “Ad ogni modo non ci coglieranno impreparati.”
Le vedette lungo le strade di accesso al paese dovevano segnalare ogni movimento sospetto, ed entrarono in servizio sin dalla mattina del sabato, ma non si vide neppure un gatto durante la giornata.
Nella notte lo Smilzo avvisto un ciclista sospetto che poi risultò un normale ubriaco. II comizio doveva svolgersi nel pomeriggio della domenica e fino alle quindici non si vide nessuno.
“Arriveranno tutti col treno delle 15 e 35” disse Peppone. E predispose un servizio perfetto nei paraggi della stazione.
Ed ecco che arrivò il treno e scese soltanto un ometto magro con una valigetta di fibra.
“Si vede che hanno saputo qualcosa e non si sono sentiti in forze sufficienti per fare il colpo” concluse Peppone.
In quel momento l’ometto si avvicino e, salutando urbanamente, chiese a Peppone se per cortesia gli indicava la sede del partito liberale.
Peppone lo guardo sbalordito.
“La sede del partito liberale?”
“Si,” spiegò l’uomo “dovrei tenere un discorsetto fra venti minuti e non vorrei far tardi.”
Tutti guardarono Peppone e Peppone si grattò in testa.
“Veramente e un po’ difficile spiegarlo perché il centro urbano è a un paio di chilometri.”
L’ometto ebbe un gesto di sgomento. “Sarà possibile trovare un mezzo per arrivarci?”
“Ho il camion fuori” borbottò. “Se vuol salire.”
L’ometto ringraziò. Poi quando fu fuori e vide l’autocarro pieno di gente dalla faccia truce e in fazzoletto rosso e con tanto di distintivo, guardò Peppone.
“Sono io il capo” disse Peppone. “Salga pure davanti con me.”
A mezza strada Peppone bloccò la macchina e guardò in faccia l’ometto che poi era un signore di media età, magro, dai lineamenti molto fini.
“Lei dunque è liberale?” chiese.
“Sì” rispose il signore.
“E non ha paura trovandosi qui solo fra cinquanta comunisti?”
“No” rispose tranquillo l’uomo.
Un mormorio minaccioso si levò dagli uomini del camion.
“Cos’ha in quella valigia? Tritolo?” chiese Peppone.
L’uomo si mise a ridere e sollevo il coperchio.
“Un pigiama, un paio di pantofole e uno spazzolino da denti” spiegò.
Peppone si spiegazzò il cappello e si picchiò le mani sulle cosce.
“Roba da matti!” gridò. “Si può sapere perché non ha paura?”
“Appunto perché io sono solo e voi siete cinquanta” spiegò tranquillo l’ometto.
“Ma che cinquanta e non cinquanta!” urlò Peppone. “Non pensa lei che io da solo e con una sola mano sarei capace di farla volare fin laggiù in quel canale?”
“No, non ci penso” rispose tranquillo l’uomo.
“Allora lei è un pazzo, o un incosciente, o uno che cerca di abbindolare la gente.”
L’uomo si mise a ridere.
“Molto più semplice, signore. Sono un galantuomo.”
Peppone balzò in piedi.
“No, caro signore! Se lei fosse un galantuomo non sarebbe un nemico del popolo! Un servo della reazione! Uno strumento del capitalismo.”
“Io non sono nemico di nessuno né servo di nessuno. Io sono uno che la pensa diversamente da lei.”
Peppone innestò la marcia e partì a razzo.
“Lei ha fatto testamento prima di venire qui?” ghignò lungo la strada.
“No” rispose con naturalezza l’uomo. “La mia unica ricchezza è il mio lavoro e se muoio non lo posso lasciare a nessuno.”
Prima di entrare in paese Peppone fermo un momento per parlare con lo Smilzo, il motociclista portaordini. Poi, attraverso strade secondarie, arrivò davanti alla sede del partito liberale.
Porta e finestre chiuse.
“Nessuno” disse cupo Peppone.
“Saranno certamente tutti in piazza, è già tar di” ribatté l’ometto.
“Già, deve essere proprio così” rispose Peppone strizzando l’occhio al Brusco.
Arrivati sulla piazza, Peppone e i suoi scesero, accerchiarono l’uomo, fendettero la calca e rag­giunsero la tribuna. L’uomo salì e si trovò davanti duemila uomini in fazzoletto rosso.
L’uomo si volse a Peppone che lo aveva seguito sul palco.
“Scusi.” si informò “non ho per caso sbagliato comizio?”
“No” rassicurò Peppone. “II fatto e che i liberali sono in tutto ventitré e non risaltano molto nella massa. Io dico la verità, se fossi stato nei suoi panni non me lo sarei sognato neppure di indire un comizio qui. “
“Si vede che i liberali hanno maggior fiducia nella correttezza democratica dei comunisti di quanto non ne abbia lei” rispose l’uomo.
Peppone masticò un pochetto amaro poi si appresso al microfono.
“Compagni!” gridò. “Vi presento questo signore il quale vi terra un discorso alla fine del quale voi tutti andrete a iscrivervi al partito liberale.”
Una enorme risata accolse quelle parole, e quando si fece un po’ di silenzio l’uomo parlo.
“Ringrazio della sua cortesia il vostro capo,” disse “ma ho il dovere di spiegarvi che non risponde ai miei desideri quanto egli ha affermato. Perche se, alla fine del mio discorso, voi andaste tutti a iscrivervi al partito liberale, io sarei costretto ad andarmi a iscrivere al partito comunista, e ciò sarebbe contrario ai miei principi.”
Non poté continuare perché in quell’istante arrivò sibilando un pomodoro che lo colpì in faccia.
La folla si mise a sghignazzare e Peppone diventò pallido.
“Chi ride è un porco!” urlò al microfono. E la folla diventò muta.
L’uomo non si era mosso e con la mano cercava di pulirsi il viso. Peppone era un istintivo, e, senza saperlo, era capace di gesti enormi; si tolse il fazzoletto dal taschino, poi lo ripose e si slacciò il grande fazzoletto rosso che portava al collo e lo porse all’uomo.
“Lo portavo quand’ero in montagna” disse. “Si ripulisca.”
“Bravo Peppone!” urlò una voce tonante da una finestra del primo piano d’una casa vicina.
“Non ho bisogno dell’approvazione del clero” rispose fierissimo Peppone, mentre don Camillo si mordeva la lingua arrabbiatissimo di essersi lasciato scappare il grido.
L’uomo scosse il capo, si inchinò e si avvicinò al microfono.
“Troppa storia è racchiusa in quel fazzoletto perche la si possa macchiare con un volgare episodio che appartiene alla cronaca meno eroica del mondo” disse. “Per cancellare questa macchia basta un normale fazzoletto da naso.”
Peppone diventò rosso e si inchinò anche lui, e allora un sacco di gente si commosse, e si levò un applauso formidabile mentre il ragazzaccio che aveva buttato il pomodoro partiva a calci nel sedere verso l’uscita della piazza.
L’uomo prese a parlare calmo, pacato, senza acredine, smussando ogni angolo, evitando ogni argomento un po’ duro perché aveva capito che, se anche si fosse scatenato, nessuno gli avrebbe detto niente e sarebbe stata una viltà approfittarne.
Alla fine lo applaudirono e, quando scese, gli fecero largo.
Arrivato in fondo alla piazza si trovò sotto il porticato del municipio e rimase lì imbarazzato col suo valigino in mano perché non sapeva da che parte andare e cosa fare, e allora sopraggiunse don Camillo che si rivolse a Peppone, il quale stava dietro l’ometto a due passi di distanza.
“Fate presto a mettervi d’accordo, eh, voi senza-Dio, coi mangiapreti liberali!” esclamò a voce alta don Camillo.
“Cosa?” si stupì Peppone rivolto all’ometto. “Lei è dunque un mangiapreti?”
“Ma” balbettò l’uomo.
“Taccia!” lo interruppe don Camillo. “Si vergogni, lei, che vuole la libera Chiesa in libero Stato!”
L’uomo stava per protestare, ma Peppone non lo lasciò neanche incominciare:
“Bravo!” urlò. “Qua la mano! Quando si tratta di mangiapreti, io sono amico anche dei liberali reazionari!”
“Bene!” risposero gli uomini di Peppone.
“Lei è mio ospite!” disse Peppone all’uomo.
“Neanche per sogno!” ribatté don Camillo. “Il signore è ospite mio. Io non sono un cafone che tira i pomodori in faccia agli avversari!”
Peppone si piantò minaccioso davanti a don Camillo.
“Ho detto che è mio ospite” disse con voce cupa.
“E siccome l’ho detto anch’io,” rispose don Camillo “significa che, se vuoi, ce la facciamo a cazzotti, così prendi anche quelle che dovevano prendere i balordi della tua scalcinata Dynamos!”
Peppone strinse i pugni.
“Vieni via” gli disse il Brusco. “Adesso ti metti a scazzottarti coi preti in piazza?”
Alla fine fu deciso per un incontro in terreno neutro. Andarono tutt’e tre a far colazione fuori paese da Gigiotto, oste completamente apolitico, e così anche l’incontro di democrazia si concluse con risultato nullo. [via Andrea Orsini]

Giovannino Guareschi - Il comizio [via Cormorano]

 

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